Il feticcio del burqa
Tre sguardi su un pezzo di stoffa
Massimo Lizzi
Il velo islamico, in particolare il burqa (spesso confuso con il niqab), nel mondo occidentale, è diventato un feticcio delle battaglie identitarie. Nel nostro paese, il burqa non è esplicitamente vietato. Non è vietato nella maggior parte dei paesi europei. L’articolo 5 della Legge Reale (Legge n. 152/1975) vieta l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico. Tuttavia, la norma contiene una clausola di salvaguardia che ammette eccezioni in presenza di un “giustificato motivo”. Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 3076 del 19 giugno 2008, ha chiarito che i motivi religiosi o culturali rientrano nel “giustificato motivo” previsto dalla Legge Reale. Di conseguenza, l’uso di indumenti come il velo o simili non è configurabile come reato se legato a un credo. Il diritto alla libertà religiosa si coordina con le esigenze di sicurezza. Queste ultime rimangono garantite dall’obbligo tassativo per la persona di sottoporsi a identificazione, rimuovendo temporaneamente il velo su richiesta delle forze dell’ordine per il controllo dei documenti. La cronaca non ci fornisce esempi di casi in cui il niqab o il burqa siano stati di ostacolo al lavoro delle forze dell’ordine.
In Italia, dalla rottura tra Vannacci e Salvini, è in corso una competizione tra destre estreme. Fratelli d’Italia, Lega, Futuro Nazionale fanno a gara a chi è più cattivo contro i migranti, i musulmani, i minorenni, i marginali. Futuro Nazionale ha così proposto di vietare il burqa in modo tassativo con un emendamento alla Legge Reale n. 152 del 1975, sostituendo il “giustificato motivo” con un elenco chiuso e specifico di deroghe consentite: motivi di salute, esigenze lavorative, sicurezza stradale, manifestazioni autorizzate, permanenza all’interno dei luoghi di culto. “È una questione di ordine pubblico e sicurezza: le Forze dell’Ordine devono poter identificare chiunque all’istante. Ma è anche una battaglia di civiltà, libertà e dignità. Lo Stato non può arrendersi al relativismo culturale né tollerare che sul proprio territorio si impongano pratiche di sottomissione o “tribunali ombra” patriarcali.” Di seguito, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha annunciato in un’intervista al Corriere della Sera che presenterà una proposta per «vietare il burqa a scuola», oltre a stabilire un tetto al numero degli stranieri per classe. Proposte analoghe arrivano dalla Lega. Purtroppo, questo approccio trova anche il favore di qualche progressista o ex progressista che ambisce a “liberare” le donne musulmane o percepisce la minaccia dell’islamizzazione dell’Europa.
In generale, vediamo nei confronti delle culture di orgine straniera, dei loro simboli, in particolare del burqa, tre orientamenti. Potremmo definire il primo assimilazionista, il secondo multiculturalista, il terzo integrazionista.
L’approccio assimilazionista ha una versione che si pretende universalista. Questa idea considera il modello occidentale il punto più alto dell’evoluzione civile nel mondo. I paesi extra-occidentali sono più arretrati, ma possono emulare e cercare di raggiungere l’Occidente con il progresso. Gli immigrati in Europa e in Usa, dall’Est e dal Sud del mondo, devono assimilarsi al modello Occidentale altrimenti lo farebbero arretrare. Nella nostra cultura prevalente, la donna è libera in quanto può mostrare il proprio corpo e omologarsi all’uomo. La libertà femminile non è tanto la libertà di definire e realizzare il proprio desiderio, quanto l’adesione a questo modello di emancipazione. Le donne con il velo sono sottomesse, le donne che si svelano sono libere, più ti mostri (capelli, spalle, scollatura, braccia, gambe, piedi) più sei libera, più ti copri, più sei condizionata da qualche cultura o pressione sociale che ti inibisce. In questa visione, il divieto del burqa è un decreto liberatorio, sebbene vada poi a sanzionare la donna che tarda a liberarsi. Non ti sei liberata? Ti prendi una multa e rimani esclusa. Le donne musulmane devono liberarsi, o essere liberate, anche dai simboli dell’oppressione. Inoltre, il velo è un simbolo religioso, noi siamo uno stato laico. Nelle istituzioni pubbliche (scuole, ospedali, tribunali, pubblica amministrazione) il velo non deve essere indossato. In questa posizione ci sono poi diversi margini di tolleranza o intransigenza tra velo e velo integrale.
L’assimilazionismo ha la sua versione sovranista. Quella che meglio anima lo spirito delle destre. Questa versione si mostra più realistica, disincantata, non pretende di stabilire quale sia il modello superiore e rinuncia a cambiare il mondo. Dice solo: Questo è il nostro modello. Se volete venire qui dovete adeguarvi seduta stante. Altrimenti, rimanete nei vostri paesi dove potete bardarvi come vi pare. Quando noi veniamo nei vostri paesi ci adattiamo ai vostri costumi, voi dovete fare lo stesso quando venite nei nostri paesi. Il sovranismo non vuole liberare o salvare gli altri, ma solo se stesso. Il divieto del velo, del burqa non serve alle donne “islamiche”, che ormai forse sono “perdute”. Serve alle “nostre” donne, per evitare che un giorno siano loro a ritrovarsi velate, in quanto ogni concessione al costume altrui è un pericoloso cavallo di Troia.
L’approccio multiculturalista condivide con l’approccio assimilazionista l’identificazione delle persone con la loro cultura d’origine. La differenza è che, invece di respingerla, l’accetta. Le donne della “nostra” cultura non indossano il velo; ma le donne della “loro” cultura lo indossano. Forse, condividono anche la stessa idea di progresso: Un tempo anche le “nostre” donne si velavano; in futuro anche le “loro” donne non si veleranno più. Questo approccio tollerante e paziente, per favorire l’inclusione culturale, accetta la “loro” cultura in questo modo: Le loro comunità possono decidere per se stesse le norme simboliche, di costume e di comportamento. Nel breve e medio periodo, l’idea è quella di una coesistenza comunitaria parallela. Un tale approccio non si preoccupa se non è la comunità democraticamente a decidere, ma le sue autorità religiose maschili (imam, leader di associazioni culturali). La posizione multiculturalista, nei fatti, prende atto delle norme patriarcali preesistenti e le legittima come espressione della “cultura” del gruppo. Ciò apparterrebbe al “comprensibile” ritardo culturale di quelle comunità.
L’approccio integrazionista non identifica gli individui con le culture, perché vede nella “nostra” e nelle “altre” culture troppe differenze e tanti conflitti. Non esiste il vero depositario di una cultura. Questo approccio è favorevole al mescolamento nella convivenza e alla reciproca influenza. Rifiuta gli obblighi e i divieti generalizzati in materia di valori, simboli e costumi. Riconosce la libertà individuale di scelta e la libertà relazionale. In caso di conflitto tra la donna e il nostro stato o la loro comunità, sta dalla parte della donna. Questa posizione si oppone a tutti gli obblighi e a tutti i divieti imposti alle donne in paesi come Afghanistan, Iran, stati del golfo e si rifiuta di imporre obblighi e divieti opposti e speculari nei paesi occidentali. La libertà non sta in questo o in quel simbolo, in questo o quell’indumento, in questo o quel comportamento, la libertà sta nell’assenza di coercizione e nella possibilità di scegliere. Il suo fondamento è la tutela dell’autodeterminazione della persona concreta, non l’attacco contro o la difesa di una cultura in astratto.
Questo approccio tratta le donne musulmane come le altre donne. Presupponendo che le loro scelte siano libere, finché non agiscono un conflitto. A quel punto le si sostiene nel conflitto. Dato che i conflitti possono anche essere silenziosi, si fa nei loro confronti un lavoro di informazione e sostegno. Per esempio, si fornisce loro indirizzi e numeri di telefono a cui chiedere aiuto in caso di bisogno. Si forniscono servizi di mediazione culturale e di welfare come gli asilo, i consultori, i corsi di lingua e di formazione professionale, i centri per l’impiego, l’assistenza legale. Si favorisce loro la possibilità di trovare un’occupazione regolare con un giusto salario. Si facilitano per le donne i percorsi per accedere alla protezione umanitaria, al diritto d’asilo, alla regolarizzazione, alla cittadinanza. Le donne non si devono rimpatriare mai. Questo approccio considera sbagliato presupporre, poiché sono musulmane, che le loro scelte siano “inautentiche” fino a prova contraria. D’altra parte, si può sempre cavillare sull’autenticità di una scelta da parte di chiunque. Sono autentiche le scelte di indossare tacchi a spillo, reggiseni, gonne corte, o di truccarsi? Si possono passare al setaccio anche le scelte maschili, giacche, cravatte, pantaloni lunghi, scarpe sempre coperte, anche in piena ondata di calore. Dedicare una vigilanza speciale alle donne musulmane può avere effetti controproducenti, come l’assumere i simboli, che a noi sembrano di oppressione, come simboli di rivendicazione identitaria. La posizione integrazionista è quella che si assume il peso di distinguere situazione per situazione, senza la scorciatoia dell’obbligo o del divieto totale, che disconosce la volontà della persona, né quella del relativismo assoluto, che abbandona gli individui al loro destino comunitario.
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La competizione tra Futuro Nazionale, Fratelli d’Italia e Lega, dentro la visione assimilazionista-sovranista, segue la logica del rilancio al rialzo. Poiché l’elettorato di riferimento è sensibile ai temi identitari, ogni forza cerca di apparire più intransigente dell’altra. Il burqa è perfetto per questo, perché il volto coperto è d’impatto, subito associabile al fantasma dell’islamizzazione, vietarlo permette di presentarsi come difensori delle donne senza dover spendere soldi in servizi reali. Il fenomeno, del resto, riguarda un numero esiguo di donne: il Comitato per l’Islam Italiano, in un parere ufficiale, stima che i casi italiani siano ancora più rari che in Francia, dove le donne velate integralmente sono tra le 300 e le 2.000, e destinati a tendere a zero nelle nuove generazioni.
Se sollecitate a giustificarsi, iniziative come quella di Valditara e le prese di posizione di Lega e Futuro Nazionale evocano fatti di cronaca. Alla fine di giugno, in provincia di Lecce, una ragazza di 15 anni che andava a scuola con il niqab ed era stata promessa in sposa è stata affidata a una comunità protetta. Negli anni scorsi la politica italiana si era già interessata di casi di studentesse che indossavano il velo integrale a scuola, come nel 2025 a Monfalcone, in provincia di Gorizia, e nel 2024 a Pordenone. Ma se a queste ragazze fosse stato vietato fin da subito il velo integrale al punto di non ammetterle a scuola, quale sarebbe stata la loro sorte? Quasi certamente sarebbe stata peggiore. La scuola, in questi casi, non è solo un luogo di istruzione. È l’unico spazio pubblico, lontano dallo sguardo della famiglia, dove una ragazza segregata incontra adulti non appartenenti alla sua comunità, insegnanti, dirigenti, personale ATA, coetanei con altri stili di vita, e dove può entrare in contatto con un’idea diversa di sé. È il luogo dove un’insegnante può accorgersi che qualcosa non va, di un’assenza improvvisa. È il luogo dove si può attivare una rete di protezione. Vietarle l’accesso alla scuola significa riconsegnarla a tempo pieno al controllo familiare, senza testimoni. Significa togliere a lei la possibilità di immaginare un futuro diverso, e a noi la possibilità di vederla e proteggerla. La scuola è un presidio. Il presidio non esclude una ragazza perché veste un velo integrale
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