Caterina Altamore
Sapete qual è la bugia più grande che ultimamente ci stanno raccontando sulla scuola?
Che l’inclusione sia una forma di buonismo… Un “vogliamoci bene” senza regole…Abbassare la testa e lasciar fare a tutti e a tutte quello che vogliono, pur di non scontentare nessuno.
Ieri sera ho letto l’intervista del Ministro Valditara sul Corriere della Sera in cui definiva l’inclusione come un’accettazione passiva, un “buonismo rinunciatario” che smarrisce il rigore e le regole, contrapponendovi un’integrazione fondata sull’assimilazione dei nostri valori. Mi è rimasto un peso sul petto, non per la polemica politica in sé, ma perché noi che la scuola la viviamo ogni giorno conosciamo la verità.
Per questo non scriverò lettere aperte al Ministro, stavolta… ma condividerò il mio pensiero con voi, colleghi, colleghe, famiglie e chiunque abbia a cuore il futuro delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.
L’inclusione autentica non ha mai avuto nulla a che fare con la pigrizia o con la rinuncia al rigore. Il “buonismo” è soltanto una scorciatoia facile e a costo zero. L’inclusione vera, invece, è faticosa, severa, fa tremare le vene ai polsi. È scienza pura. È la forma più alta di responsabilità che un Paese possa prendersi verso le proprie alunne e i propri alunni.
Quando si teorizza l’integrazione come un processo di “sola assimilazione”, pretendendo che chi entra debba prima di tutto conformarsi a un modello unico per potersi ritenere accolto, si propone l’idea di una scuola immobile, rigida come un calco di gesso, che scarica l’intero peso dell’adattamento sulle spalle dei più fragili. Significa rischiare di dire ad Amir, arrivato da pochi mesi senza parlare la nostra lingua, di sedersi in fondo e fare da solo lo sforzo di diventare come noi prima di poter essere considerato parte della classe…
Significa rischiare di dire a Chiara, con la sua straordinaria sensibilità neurodivergente, che la norma è una sola e che spetta a lei fare la fatica di rientrarvi. L’integrazione vissuta in questo modo si limita a tollerare la presenza nei banchi, ma in realtà esige l’omologazione.
Noi docenti facciamo un altro mestiere e sappiamo che l’inclusione non regala voti, non fa sconti e non abbassa l’asticella delle competenze, ma cambia la rincorsa per permettere a ciascuna e a ciascuno di prendere lo spessore e il ritmo giusti per saltare al proprio massimo livello.
È ciò che mettiamo in pratica quando pretendiamo il massimo da Marco, che è dislessico e non chiede il pietismo di una valutazione facilitata, ma necessita di mappe, strumenti compensativi e strategie didattiche efficaci per volare in alto al pari dei suoi compagni. È la scelta pedagogica di valorizzare la storia di Sami, sapendo che la presenza di uno studente proveniente da un’altra cultura costituisce una straordinaria opportunità di crescita per l’intero gruppo: una ricchezza che non indebolisce affatto la nostra identità, ma che al contrario si fonde con l’insegnamento approfondito della lingua italiana, della nostra storia e delle nostre radici culturali.
L’articolo 3 della nostra Costituzione parla chiaro e noi insegnanti ne siamo gli interpreti quotidiani: non ci chiede di trasformare bambine, bambini, alunni, alunne, studenti e studentesse in tanti tasselli tutti uguali per meritarsi un posto al banco, ma ci impone di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono il pieno sviluppo umano, ricordandoci che l’ostacolo non è mai la storia o la fragilità di chi entra in aula, ma l’incapacità di un sistema che si “rifiutasse” di mettersi in gioco.
La scuola pubblica è una comunità educante viva, profonda e coraggiosa e per questo che ad Amir, a Chiara, a Marco e a Sami noi non chiederemo mai di annullarsi per essere accolti.
L’inclusione non è un’opinione di governo, ma è la sostanza democratica del nostro Paese! Noi continueremo a difenderla, INSIEME, a testa alta, con la forza della competenza e l’amore per il nostro lavoro.
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