SISIFO E IL BAMBINO DI GAZA
Lavinia Marchetti

«E non parliamo nemmeno del pianto degli orfani
che si leva fino al trono di Dio
e ben oltre,
creando un cerchio senza fine e senza Dio»

[Yehuda Amichai, Il diametro della bomba]

Un bambino di Gaza sale una montagna di rifiuti. La scala come si scala una vetta, con le mani e con i piedi, mentre la cima fuma e cede sotto il suo passo. Il video dura quattordici secondi. In quei secondi ritorna un mito antico. Sisifo spingeva il suo masso verso l’alto e lo vedeva ricadere, condannato dagli dèi a una fatica senza termine. Camus ci chiese di immaginarlo felice, perché nella lucidità della pena trovava una libertà, in fondo Sisifo aveva incatenato Thanatos, la morte. Davanti a questo bambino la formula si spezza. La sua montagna ha un’origine umana, è fatta con le macerie di una città distrutta dagli uomini, e lui la scala per fame, cercando tra i rifiuti quello che resta del giorno, lui non incatena la morte, è costretto ad andargli incontro. L’insensatezza che gli adulti chiamano guerra ha costruito quel pendio, e a portarne la fatica resta un bambino che non ha scelto il masso. Sisifo almeno era stato giudicato dagli dei. Lui no, è solo nato nel luogo sbagliato.
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